Pubblicato il: 05-11-2021
Il termine “galdrastafir”, al singolare “galdrastafur”, deriva dall’antico linguaggio norreno “galdra” in una sua diretta connessione con il concetto di “canto magico”, ad identificare incantesimi recitati, cantati o sussurrati, incisi originariamente su “stafir”, ovvero su “doghe”, “staffe” o “bastoni” di legno. Compaiono nei grimori islandesi già a partire dal XV secolo. Di natura eterogenea, presentano caratteristiche influenzate da realtà non native, quali l’alfabeto runico in molte delle sue varianti, a partire dal “fuÞark antico”, riferimenti al culto ebraico, evidenti simbolismi cristiani, formule latine, senza escludere tracce riconducibili all’alfabeto Ogham, utilizzato per trascrivere antiche lingue celtiche di origine irlandese, tra il V ed il VI secolo d.C. La realtà magica islandese ha avuto una forte influenza sulla tradizione e sul folclore europeo, compreso quello italiano, e viceversa, mettendo radici in un territorio capace di acquisirne rapidamente il valore ed egualmente le potenzialità, in un certo qual modo indirizzandone le abitudini e le idee, andando sempre più in profondità per poi rifiorire in inaspettata magnificenza, anche se ad oggi tale simbologia non è più da considerarsi in parte effettiva così come proposta degli stessi grimori, in quanto contestualizzata in tempi, luoghi, materiali e possibilità differenti dalle volontà prime. Ciò nonostante si nota che nella pratica stregonica due territori così distanti presentino comunque delle similitudini, a volte evidenti, altre volte accarezzate.